Abitare con Maria per parlare a Dio del mondo e al mondo di Dio
Ogni vita consacrata è luogo di silenzio, attesa, preghiera e desiderio del Paradiso. Come la casa di Maria. Ogni vita consacrata è la Casa in cuila Parola diventa carne e cambia la storia. La Casa che fa entrare nei secoli l’eternità e unisce l’uomo a Dio. Povere pietre, segno di un amore senza fine. Fragili mura, protette dal silenzio del bosco e della preghiera. Stanze spoglie, ardenti della fiamma che zampilla dal focolare e riscalda il mondo.
Quando la legna è un po’consumata dal tempo e le folate di vento della vita frenetica fanno vacillare il fuoco, è bene chiudere un momento la porta e nell’intimità della casa, riunirsi per riattizzare la fiamma. Magari ascoltando una storia, dalle labbra di chi sa, per esperienza, come spostare la cenere e accomodare i tizzoni, perché brucino meglio. Con questo desiderio e questa aspirazione le religiose e le consacrate della diocesi di Smirne, il 9 ottobre, hanno abitato insieme per un giorno nella casa di Maria sul Colle dell’usignolo, per sentire ardere il cuore nel petto ascoltando la Parola, meditata e offerta dalla professoressa Francesca Cocchini, studiosa della Scrittura e profonda conoscitrice dei luoghi biblici che rendono preziosa la terra di Turchia.
Perché abitare nella casa di Maria è una dimensione del cuore. È Il luogo dell’anima dove si può vedere la Vergine vivere in pienezza le conseguenze del suo ‘sì’. E diventare modello di ogni esistenza che si consacra a Dio.
Lei, termine fisso d’eterno consiglio, creatura su cui il pensiero di Dio ha fissato lo scorrere dei secoli, fa della sua casa un segno. Che possiamo toccare, in cui possiamo entrare. Il segno che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Ogni vita consacrata è un segno. Segno di un mistero che spinge verso l’Alto. Segno di una bellezza che non si può spiegare. Ma si può abitare con stupore e gratitudine nella casa di Maria.
Vivere per Dio. Parlando a Dio del mondo. E parlando al mondo di Dio. In questa dinamica di offerta e intercessione. Di silenzio e di predicazione. Di intimità e comunione. Si innesta la riflessione della professoressa Cocchini, che osservando tra le pieghe della storia dell’antica città sull’Egeo incontra Paolo, prigioniero a Efeso, che scrive ai Filippesi: “Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunziato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene. […] nella piena fiducia che, come sempre, anche ora Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia”. Ogni vita consacrata è radicata in un’aspirazione e in una certezza. L’aspirazione che Cristo venga annunciato al mondo e la certezza che Cristo verrà glorificato nella dimensione esistenziale di ciascuno, sia nella vita, sia nella morte. I consacrati, riflette la prof.ssa Cocchini, “sono persone che guardando il mondo di oggi, questo mondo, con queste guerre, con queste tragedie, con queste bellezze, il mondo così come è, aspirano a che dovunque arrivi la predicazione di Cristo, che Cristo venga predicato. In questo mondo immenso, ma limitato, i consacrati vivono con questa aspirazione: che dappertutto arrivi l’annuncio di Cristo. E con questa certezza: che Cristo sarà glorificato nella propria persona, nella propria realtà sia che io viva sia che io muoia. Cristo ha la persona umana per poter essere glorificato, non ha altro modo. ‘La gloria di Dio è l’uomo vivente’, diceva S. Ireneo È nella nostra persona che Cristo viene glorificato”. È questo il fondamento della fede, la certezza che scaturisce dal nostro essere battezzati.
Accanto a Paolo, che da Efeso manifesta questa aspirazione e questa certezza, un’altra figura, legata allo stesso luogo, si delinea come modello per diventare creature nuove e crescere nella vita consacrata: Maria. È lei che ci può insegnare a vivere giorno per giorno. Lei che nel Vangelo ha pronunciato le sei parole. Sei. Come i giorni della creazione, prima del riposo. Come ciò che precede sempre il sette: la pienezza. Gesù. In particolare le ultime due parole, entrambe inserite nel contesto giovanneo delle nozze di Cana, costituiscono un’immagine limpida ed efficace di come i consacrati siano chiamati a vivere i sei giorni della loro personale creazione. Parlando a Dio del mondo: Non hanno più vino. Parlando al mondo di Dio: Fate quello che egli vi dirà. La quotidianità della vita consacrata è racchiusa tra queste due attività, che la rendono un ponte tra il cielo e la terra. Ma come si parla a Dio del mondo? Guardiamo Maria. Ascoltiamola mentre fa la sua preghiera di intercessione. Non hanno più vino, dice. E resta in attesa. “La vita cristiana – osserva la relatrice – è una vita di preghiera, un parlare a Dio per dirgli ciò che manca. Parlargli della storia del mondo. La preghiera di Maria a Cana è un preghiera di richiesta, di intercessione, ma la Vergine dice Non hanno più vino e non va oltre. […] Maria ci insegna una preghiera di intercessione che non chiede nulla, ma si limita a presentare a Dio il problema, perché sa che nella Sua misteriosa bontà è già presente una soluzione, che oltrepassa la nostra capacità di comprensione. Maria si accorge che c’è una mancanza, è tanto delicato questo sguardo e tanto necessario. Maria dà un nome a ciò che manca: “non hanno più vino”. È una situazione concreta, non vaga. Ma la Vergine non dice a Gesù cosa fare. Presenta la mancanza e poi si ferma in attesa, per comprendere quale sarà la sua parte nell’attuazione del piano di Dio. Perché Dio la storia la fa con l’umanità”.
Ma l’insegnamento è ancora più profondo. C’è un segreto grande in questa quinta parola di Maria nel Vangelo. Maria dice vino, ma il suo sguardo ha colto la verità al di là del segno. Al cuore di ogni mancanza. Nella realtà profonda di ogni assenza quello che manca è lo Spirito Santo, di cui il vino è la biblica rappresentazione. Come il vino di Cana, lo Spirito non si sa da dove viene. Come il vino di Cana, lo Spirito ristora chi ha sete. Come il vino di Cana, lo Spirito viene donato quando giunge l’ora di Dio. Maria presenta la mancanza, la chiama per nome. E poi si ferma in attesa. Perché sa che il padrone di casa alle richieste dell’amico importuno si alzerà e gli darà quanto ha bisogno. Il vino. Lo Spirito Santo. È così che si parla a Dio del mondo.
Ma come si parla al mondo di Dio? Che cosa si dice agli uomini – e soprattutto a quell’uomo che chiamiamo ‘io’ – per fare luce sulla realtà divina? Fate quello che egli vi dirà. È la sesta parola di Maria nel Vangelo.Fruttodellamemoria.Lamemoriadellastoria di un popolo. Di quando nel mondo mancava il pane e il faraone disse: “Andate da Giuseppe e fate quello che vi dirà”. La memoria di una storia personale. Di quando una ragazza di Nazareth sapeva che sarebbe diventatamadre,malemancavaunosposoeleistessa disse: “Si faccia quanto hai detto”. Di queste due memorie Maria si è servita per poter dire ai servi: fate quello che egli vi dirà. Su queste due memorie Maria ha fondato la certezza che la parola di Dio si compie e colma ogni mancanza. Perché il Signore è fedele nella storia e nella vita di ciascuno. È fedele per sempre.
“Ancora un piccolo segreto in queste parole di Maria – svela la prof.ssa Cocchini –. La Vergine non dà una soluzione. Non si sostituisce a Dio. È Lui che deve parlare a ciascuno. Il compito di Maria è di mettere in relazione Dio con gli uomini. Facilitare questo incontro, rassicurare con la certezza di chi sperimenta nella propria vita che tutto ciò che Dio fa è cosa buona. Ma lei non dice ai servi cosa devono fare, perché lei non lo sa. Nessuno sa quale è il progetto di Dio su ciascuno. E questo progetto si realizza sempre in un rapporto unico e personale tra Dio e la sua creatura. Per parlare al mondo di Dio occorre una profonda capacità di discernimento, per comprendere fino a che punto è necessaria la mediazione umana e quando è il momento di tirarsi indietro perché sia Lui a dire la parola – che si realizza – su ogni persona, su ogni situazione”.
Per parlare al mondo di Dio occorre prendere parte al sacrificio eucaristico, che l’Arcivescovo celebra tra le mura di pietra della Casa di Maria. Dove per Cristo, con Cristo, in Cristo la vita di ciascuno viene offerta, per rispondere all’invito: Fate questo… Fate quello che egli vi dirà. Perché nell’Eucaristia ogni vita consacrata trova la parola che riempie il silenzio, l’amore che accompagna l’attesa, la luce che illumina la preghiera, la bellezza che accende il desiderio ed apre un varco per il Paradiso.
Enza Ricciardi
