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60 ANNI DI PRESENZA DEI FRATI CAPPUCCINI A MERYEM ANA EVI
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La storia del santuario di Meryem Ana, presso Efeso, si inserisce in un intreccio complesso di devozione mariana, vicende ecclesiali e dinamiche storiche proprie del contesto turco moderno. Ricostruire le origini significa non solo ripercorrere una cronologia di eventi, ma riconoscere una forma di fedeltà ecclesiale vissuta nella discrezione.


La scoperta della Casa della Madonna risale al 1892. I primi a stabilirvi un contatto furono i Padri Lazzaristi, affiancati dalle Figlie della Carità, che riconobbero immediatamente il valore spirituale del sito. Tuttavia, per diversi decenni la presenza ecclesiale rimase discontinua: fino agli anni 1950. Sacerdoti e religiose giungevano a Meryem Ana solo in modo sporadico, senza una presenza stabile.


Consapevoli della necessità di una custodia più regolare, si decise in seguito di trasferire sul posto una semplice casa di legno proveniente da Izmir, ricostruita nei pressi dell’attuale bacino vicino all’area di accoglienza. Durante i mesi estivi, suore e padri vi soggiornavano per assicurare una presenza minima. In questo periodo, il santuario conservava ancora i tratti di un vero e proprio eremo, immerso nell’isolamento naturale della collina.


Negli anni Cinquanta, l’attenzione del governo turco nei confronti di Meryem Ana crebbe sensibilmente. Fino ad allora, il sito era difficilmente accessibile e poteva essere raggiunto solo con grande fatica. All’interno di un più ampio progetto di valorizzazione del sito, venne costruita una strada di accesso.


Questo intervento segnò una svolta decisiva: lo sviluppo del luogo rispondeva a finalità sia turistiche sia religiose e, con l’apertura della strada, ebbe inizio il pellegrinaggio in senso proprio. Nonostante ciò, la questione di una presenza ecclesiale stabile rimase aperta.


L’Arcivescovo Descuffi, appartenente alla Congregazione della Missione, tentò inizialmente di affidare la cura del santuario ai Lazzaristi. Tuttavia, l’età avanzata dei confratelli rese impraticabile questa soluzione. Anche padre Euzet, storico di riferimento per Meryem Ana, non poté assumere tale responsabilità.


Seguirono quindi alcuni tentativi alternativi. Giunsero per un periodo due frati ispirati alla spiritualità di Charles de Foucauld, scelta che rispecchiava la natura eremitica del luogo. In quegli stessi anni, furono edificati gli attuali edifici del santuario e la casa del cappellano. Tuttavia, anche questa esperienza non ebbe continuità.



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Un ulteriore tentativo fu rappresentato dall’arrivo dei Monfortani, congregazione mariana con esperienza nei grandi santuari europei. Provenienti dalla Francia, essi proposero progetti ambiziosi, ispirati in particolare al modello di Lourdes. Tali iniziative, tuttavia, risultarono sproporzionate rispetto al contesto locale e generarono notevoli difficoltà.


In questo periodo si rese necessario regolare giuridicamente la proprietà del sito. Poiché lo Stato non accettò l’intestazione diretta a una religiosa, Mandat de Grancy, fu imposta la creazione di un’associazione laica, il Dernek, formalmente non confessionale ma di fatto interamente cristiano, presieduto dall’Arcivescovo stesso. Alla fine, d’intesa con il Dernek, si decise di interrompere la collaborazione con i Monfortani, pur riconoscendo loro alcune realizzazioni, tra cui la cappella dei frati con le vetrate.


Nel 1965, trovandosi privo di ulteriori alternative, l’Arcivescovo si rivolse al Superiore dei Cappuccini francesi di Istanbul. L’Ordine dei Frati Minori Cappuccini era in Turchia una presenza antica. Presente a Izmir dal 1620, e aveva già dato un contributo significativo alla vita della Diocesi, in particolare con il convento e la chiesa di San Policarpo.


Fu in questo contesto che venne proposto padre Philibert de Lachaise, descritto come un religioso di vocazione eremitica, adatto a un luogo segnato da solitudine e austerità. Di origine nobile e parente di Napoleone, padre Philibert portava con sé un’esperienza umana e spirituale di grande intensità: cinque anni di prigionia nei campi di concentramento in Germania, seguiti da vent’anni di missione in India, ad Ajmer, nel Rajasthan, dove aveva fondato anche un eremo ispirato agli ashram.


Giunto a Meryem Ana con l’intenzione di fermarsi solo per pochi mesi, vi rimase invece per vent’anni. In quel periodo il santuario era privo di pellegrini e di risorse economiche. La diocesi provvedeva con un modesto sussidio annuale, mentre mancavano elettricità, mezzi di trasporto e comunicazioni. Padre Philibert conduceva una vita di estrema sobrietà, occupandosi personalmente di ogni necessità quotidiana.


Un momento particolarmente critico si verificò nel 1972, durante la crisi di Cipro. Le autorità intervennero intimando l’abbandono del sito. Le suore furono allontanate, e a padre Philibert fu concesso un tempo minimo per lasciare il luogo. In risposta, egli uscì con il Santissimo Sacramento e rimase per quarantotto ore sotto un platano, senza cibo né acqua. Alla fine gli fu permesso di rientrare. La sua permanenza evitò con ogni probabilità la requisizione del santuario.



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La presenza di padre Philibert de Lachaise rappresenta una fase decisiva nella storia di Meryem Ana. La sua fedeltà silenziosa garantì la continuità ecclesiale del luogo in uno dei momenti più delicati della sua esistenza. Su questo fondamento, negli anni successivi, si sarebbe innestata la presenza cappuccina stabile, che continua ancora oggi a custodire il santuario come spazio di preghiera, memoria e incontro.


Entriamo ora nella seconda fase della storia della presenza cappuccina a Meryem Ana, una fase segnata da nuove aperture e da un progressivo radicamento ecclesiale. Nel 1989, Provinciale dell’Emilia-Romagna era padre Oriano, frate che molti di voi conoscono e che nutriva una profonda attenzione per la Turchia. Ogni anno vi trascorreva circa un mese, visitando i luoghi, delineando itinerari, valutando possibilità concrete di presenza. È anche autore di una significativa guida patristico-biblica dedicata a questo Paese.


Quando giunse la richiesta di assumere la responsabilità del santuario di Meryem Ana, padre Oriano si impegnò con determinazione per convincere i confratelli ad accettare questa nuova sfida. Fu così che, a partire dalla fine del 1989, i Cappuccini dell’Emilia-Romagna iniziarono la loro presenza stabile sul posto. Le forze disponibili erano tuttavia limitate e, fin dall’inizio, a partire dal 1990, si rese necessario il sostegno dei frati della Provincia di Malta.


Nel corso degli anni si alternarono presenze stabili e incarichi temporanei. Tra il 1990 e il 2000 si registrò un avvicendamento significativo di frati, prevalentemente provenienti dall’Emilia-Romagna, con un contributo rilevante da parte della Provincia maltese.


Un passaggio particolarmente importante avvenne nel 2002, con l’arrivo di fra Tarsi Mattias, frate indiano della Provincia del Karnataka, inviato in collaborazione con l’Emilia-Romagna. Nei primi anni rimase quasi completamente solo. Era una figura di grande spessore spirituale, fortemente orientata al dialogo interreligioso e portatrice di una visione capace di andare oltre i confini confessionali.


Nel suo ministero favorì anche l’accoglienza di gruppi new age e di esperienze spirituali non strettamente cattoliche. In quegli anni il santuario conobbe una notevole crescita di notorietà, anche grazie ai legami che fra Tarsi intratteneva con ambienti irlandesi e inglesi. In quel periodo che ebbe inizio un ciclo di matrimoni celebrati a Meryem Ana, interamente organizzati dall’Irlanda, comprendendo viaggio, celebrazione e soggiorno.


Anche attraverso queste esperienze, il santuario divenne progressivamente più conosciuto. La presenza di fra Tarsi proseguì negli anni successivi, affiancata da padre Paolo Rovatti e da padre Adriano, entrambi dell’Emilia-Romagna. Purtroppo, alla fine del 2008, fra Tarsi fu colpito da un ictus e rientrò in Italia, dove venne accolto nell’infermeria della Provincia.



Nello stesso anno, i frati della Custodia di Turchia elessero come Custode padre Oriano, proprio colui che, da Provinciale, aveva promosso l’avvio di questa presenza. Con il suo arrivo si assistette a un cambiamento nell’accento pastorale del santuario: senza abbandonare il dialogo interreligioso, si volle rafforzare in modo più esplicito la dimensione devozionale. Presero così avvio le processioni del primo sabato del mese, da maggio a ottobre, le celebrazioni di san Giovanni nella parte bassa del complesso e le veglie notturne del 15 agosto sulla collina.


Nel 2009 arrivai anch’io (Fra Paolo Pugliese). In quel periodo la comunità appariva numericamente forte: eravamo molti, giovani, motivati. Col passare del tempo, tuttavia, alcuni frati hanno lasciato l’Ordine, altri hanno lasciato la Turchia. Non lo ricordo per scoraggiamento, ma come dato di realtà: la Turchia è una terra complessa, che rivela la sua profondità solo a chi la vive a lungo.


Nonostante tutto, la presenza cappuccina è proseguita. Fra Pavel Symala svoltò il servizio di rettore del santuario per un periodo significativo, prima di trasferirsi a Mersin. Nel frattempo, nel 2013, è nato il Dernek di Selçuk, con l’intento di collegare la dimensione mobile e pellegrina di Meryem Ana a una presenza stabile ai piedi della collina. Da questa intuizione è scaturita una piccola comunità che oggi, insieme al Vescovo, si sta valutando di erigere come vera e propria parrocchia.


Un ultimo elemento merita di essere ricordato. Grazie ai legami instaurati da fra Tarsi con famiglie irlandesi e inglesi, si era sviluppata una pastorale lungo la costa – a Didim, Bodrum e nelle zone limitrofe – con celebrazioni mensili della Messa nelle case delle famiglie anglofone. Questo servizio è continuato per diversi anni, ma oggi, purtroppo, non siamo più in grado di sostenerlo.


Tutto ciò mostra come Meryem Ana sia stato, per lungo tempo, non solo un santuario, ma anche un centro di irradiazione pastorale per l’intera regione. Nel corso degli anni, la Provincia dell’Emilia-Romagna ha progressivamente cercato nuove forme di collaborazione: dapprima con la Polonia, poi con la Romania, con il Karnataka e infine con il Pakistan, da cui proviene padre Daoud Moris, che oggi è con noi.


Desidero concludere esprimendo un sincero ringraziamento a tutti i frati:

a quelli che hanno servito in questo luogo e sono tornati al Padre,

a quelli che vi sono passati e ora operano altrove,

e a quelli che oggi continuano, con fedeltà, il loro servizio.


La nostra presenza è profondamente internazionale: padre Pio Murat, franco-turco-levantino; padre Marius Dunaj, polacco; padre Daoud Moris, pakistano. È un’esperienza autenticamente universale. Con impegno e con fatica, continuiamo a custodire con amore questa presenza, come un dono affidato alla nostra responsabilità.

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Fr Pio Murat et Fra Paolo Pugliese OFM Cap.

(Trasmesso dal Padre Adrian Baciu, OFMConv)