FESTA CONTINUA
Come d’abitudine, anche in questo numero di Présence leggerete resoconti e vedrete fotografie di feste e celebrazioni, al punto che ci sentiamo in dovere di domandarci: noi, Chiesa di Turchia, non festeggiamo forse troppo?
La festa, in realtà, è la tonalità di base della vita cristiana. Continuamente celebriamo i misteri della nostra salvezza, perché continuamente siamo salvati. Persino i momenti più bui sono già rischiarati dalla luce della risurrezione. La domanda, quindi, non dovrebbe essere se celebriamo troppo, ma piuttosto se celebriamo nella maniera giusta.
L’abito giusto
In una parabola del Vangelo (Mt 22), un re organizzò un banchetto per le nozze del figlio. Gli invitati, però, accampando diverse scuse, rifiutarono l’invito. Allora il re mandò i suoi servi nei crocicchi delle strade a chiamare chiunque trovassero, buoni e cattivi. Ma uno dei nuovi invitati non aveva l’abito nuziale… e quindi venne legato e buttato fuori dalla sala. Un simile trattamento non è certo dovuto a questioni di dress code. Gli invitati sono accorsi di fretta, con quello che avevano addosso: vestiti da lavoro magari strappati e sporchi. Non si tratta nemmeno di una metafora della dignità morale. Gli invitati, esattamente come noi – gli invitati alle nozze dell’Agnello – sono buoni e cattivi. E allora di che si tratta?
In armonia
Per rovinare una festa non serve una lite con grida, bicchieri e piatti lanciati in aria, cazzotti e calci. Basta che il conflitto covi silenzioso, il disagio di trovarsi vicino a persone da cui vorremmo stare il più lontani possibile, l’imbarazzo di sorrisi ipocriti che mascherano con la cortesia un’antipatia bruciante.
Ecco, quando nella comunità cristiana si annidano questi sentimenti, la festa è rovinata in partenza. La celebrazione è un fallimento, indipendentemente da quanto bene canti il coro o predichi il prete. A volte mi chiedono cosa significhi perdonare. Forse questa è la risposta giusta: avere di nuovo voglia di festeggiare insieme.
La gioia
La seconda cosa inammissibile ad una festa sono i musi lunghi. Ebbene, qual è la nostra disposizione interiore quando ci accostiamo alla celebrazione? La reazione appropriata quando si riceve un dono è la gratitudine. E l’espressione più semplice della gratitudine è la gioia, come suggeriva il teologo svizzero Barth.
Noi celebriamo perché abbiamo ricevuto il dono più grande che si possa ricevere. Siamo grati? Siamo felici di averlo ricevuto? Il modo giusto di celebrare è, allora, ridere, ballare, cantare, saltare, esprimere la gioia incontenibile di scoprirsi amati da Dio in persona.
La solennità
Le feste “come si deve” sono solenni. A differenza di quello che si potrebbe pensare in un primo momento, la solennità di una festa non si misura dal numero di candelieri accesi o dalla quantità di incenso profuso. Una festa è davvero solenne quando tutta la comunità, nessuno escluso, è presente.
Festeggiamo spesso, ma quante delle nostre feste sono davvero solenni? Quanti sono i membri delle nostre comunità lasciati fuori dalla porta e dimenticati? Alcuni non possono unirsi alla festa, perché non hanno documenti in regola. Nessuna nostra celebrazione, senza di loro, sarà mai davvero solenne. Altri non vengono perché si sentono giudicati, magari perché sono disabili, “un po’ strani”... Nessuna nostra celebrazione, senza di loro, sarà mai davvero solenne. Altri ancora sono impossibilitati a partecipare dalla malattia… e celebrano da soli senza che nessuno si ricordi di loro e faccia loro gli auguri. Nessuna nostra celebrazione, senza ricordarsi di loro, sarà mai davvero solenne.
La Messa
La festa, se è autentica, non rimane chiusa tra le quattro mura di una sala, fosse anche la cattedrale. Tracima dalle porte e dalle finestre, dilaga per le strade e le piazze della città. Non finisce con un saluto finale e una benedizione, ma continua anche in casa e al lavoro, sugli autobus e negli uffici.
La Messa si dice Messa perché è un invito a portare la gioia della nostra festa nei quattro angoli del mondo. Questa è la nostra missione di cristiani, amati e redenti, figli di Dio.
Le feste mondane finiscono all’alba o nei parcheggi delle discoteche, lasciando un sapore amaro in bocca. La nostra festa, invece, continua ed è senza fine e in ogni luogo, perché è già un anticipo di eternità.
Festeggiamo dunque, senza paura di esagerare, ma festeggiamo nel modo giusto, cioè come una comunità riconciliata, gioiosa, inclusiva e missionaria.
Editoriale Luca Refatti, OP
