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L’ARCIVESCOVO DI MILANO VISITA LA CHIESA IN TURCHIA 

MONS. DELPINI A MERYEM ANA, EFESO

“Contro l’ovvietà del male, il cantico della verità”, le parole dell’Arcivescovo di Milano, nell’omelia della S. Messa dell’Assunta, celebrata con Mons. Kmetec e il vescovo caldeo Ramzi Garmou.

La tradizione efesina dell’Assunzione di Maria ha lasciato un solco. Un cammino tracciato dai secoli che porta fino a una dimora sul colle. Un sentiero, che ogni 15 agosto conduce quasi inesorabilmente alla piccola casa sulla cima della collina che sovrasta l’antica città. È una forza. Misteriosa e attraente. La stessa. Soprannaturale e potente. Che ha aperto il Paradiso al corpo di Maria. E ora spinge ogni anno uomini e donne a salire verso l’alto, per immergersi in un mistico squarcio di vita eterna. Lo fa da sempre. Da quando, in un tempo nascosto tra i boschi e perso nella memoria, i discendenti dei cristiani di Efeso raggiungevano le mura di pietra che con grande fatica cercavano di non far divorare dal tempo. Con le loro mani custodivano la casa. Nel loro cuore la verità. “I nostri padri ci hanno raccontato che la Madre di Dio è morta ed è stata assunta in cielo da questo luogo”. 

Non avevano dubbi. La tradizione scorre nel sangue che lega le generazioni. E resta viva. Integra e intatta. Maria è stata assunta in cielo da questo luogo. Un fatto. Scritto nella loro storia. Scritto nella storia. Da Kirkince, il villaggio di montagna dove erano stati relegati dai sussulti dei secoli, percorrevano a piedi 17 chilometri fino alle Porte della Tutta Santa. Per celebrarne il trionfo. Ma forse qualche volta, quasi senza accorgersene, in un brivido improvviso lungo il cammino sentivano – nel sangue e sulla pelle – anche gli echi indistinti della battaglia. La battaglia di Eva. Vinta da Maria. Combattuta con la spada più potente. Quella che le aveva trafitto l’anima. Segno di contraddizione. Per discernere l’ovvio dal vero. Perché, sarà l’aria tersa del monte. Sarà che Maria passando ha lasciato aperto uno spiraglio di Paradiso, ma da quassù tutto si distingue con chiarezza. I contorni sono nitidi. La verità risuona limpida e cristallina. E “Il cantico della verità contesta l’ovvietà professata dal Nemico del bene, alleato della morte, che si presenta come l’inevitabile esito di tutto, l’abisso che inghiotte tutto, il bene e il male, il giusto e l’empio”. Il cantico della verità scosta i veli dell’ovvio e mostra lo splendore della verità. La piaga che Maria richiuse e unse,/ quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi/ è colei che l’aperse e che la punse. A spingere lo sguardo fin dentro il Paradiso, come fece Dante, questa è la realtà che si contempla. Il cuore trafitto di Maria ha guarito la piaga di Eva. E quel balsamo di bellezza ha sconfitto la deforme ovvietà della morte. Con questo sguardo acuto sulla realtà soprannaturale, che in tanti sono venuti a celebrare nel santuario di Meryem Ana Evi, Mons. Delpini, Arcivescovo di Milano, dona ai numerosi fedeli della Chiesa turca un fremito di incontenibile verità. C’è solo da abbassare lo sguardo. Dalla guglia più alta del Duomo di Milano. Dove “la Madonnina” svetta dorata e trionfante a toccare il cielo. Fino alle semplici pietre di una dimora nascosta tra i boschi. E tutto appare chiaro: “Il cantico della verità esulta nel riconoscere che l’Onnipotente volge il suo sguardo sull’umiltà dei suoi servi e prende la parte degli sconfitti per ricolmarli di bene, consolarli di ogni desolazione e asciugare ogni lacrima”. A Milano risplende la verità che a Efeso è rimasta nascosta. Nel punto più alto della città – che per tradizione nessun edificio può superare in altezza – trionfa la donna che qui ha combattuto e vinto. Eppure, osserva Mons. Delpini, “È ovvio che l’enorme drago rosso, la manifestazione spaventosa del Nemico del bene, è troppo più forte della donna incinta e del suo bambino. L’enorme drago rosso ne farà un solo boccone.

Perciò – suggerisce il mondo – scegli di stare dalla parte dell’enorme drago rosso, di iscriverti al suo partito, di lasciarti imprimere il suo sigillo e rivelare così la tua appartenenza, per non metterti contro l’invincibile, enorme drago rosso, manifestazione spaventosa del Nemico del bene”. 

Ovvietà apparente. Verità nascosta. Anzi custodita nel segreto. Del cuore. C’è solo da alzare lo sguardo. Dalle semplici pietre alla guglia più alta. Per vedere risplendere la verità che a Efeso è rimasta nascosta. Nel cuore. Dove una spada trafigge. Ma a Milano brilla nel cielo. Che da quella lama appuntita si lascia toccare, trafiggere, penetrare. Per aprirsi all’umanità. Alla sua carne. Al suo corpo. Sembra che l’Assunta del Duomo della città lombarda sia l’unica rappresentazione della Vergine con un’alabarda. Sembra che l’Assunta per raggiungere il cielo abbia combattuto un’aspra battaglia. Sembra che l’Assunta trafitta, sia riuscita a trafiggere il cielo. E ad aprire una strada. Quella che era stata chiusa da Eva. A Milano risplende la verità che a Efeso è rimasta nascosta. Anni di preghiera e di silenzio. Di amore e di dolore. Di desiderio e di nostalgia. Hanno sanato la piaga di Eva e nutrito la Chiesa. La Sposa. Restituita a eterna bellezza. Da custodire e difendere. Sempre. Con la stessa spada. 

L’alabarda sulla guglia del Duomo è un parafulmine. Serve a proteggere la chiesa. La spada nel cuore di Maria è un parafulmine. Serve a proteggere la Chiesa. E a sciogliere i nodi che l’uomo, ingannato dall’ovvio apparente, non cessa di stringere in tutte le curve della storia. Forse Ireneo, visitando i luoghi dove il suo maestro Policarpo aveva incontrato l’apostolo Giovanni, salì fino alla casa di Maria e in un intimo incontro con la Madre di Dio comprese: “Ciò che è stato legato non può essere slegato se non si ripercorrono in senso inverso le pieghe del nodo, così che le prime pieghe siano sciolte grazie alle seconde […]. Così dunque il nodo della disobbedienza di Eva trovò soluzione grazie all’obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato per la sua incredulità, Maria l’ha sciolto per la sua fede” (Adv. haer. III, 22,4). Tra le mura dove era stata combattuta la battaglia, forse anche il futuro vescovo di Lione senti palpitare l’ebbrezza della vittoria. E anche dal suo cuore sgorgò libero e potente il cantico della verità. Perché, proclama Mons. Delpini, “Il cantico della verità è il cantico di tutti coloro che contemplano il Signore glorioso, risorto, che chiama alla gloria e alla risurrezione tutti i figli degli uomini. Il cantico della verità contesta l’ovvio indiscutibile della morte e canta la speranza invincibile della risurrezione: per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita. …anche l’ultimo nemico, la morte, è sconfitta e tutti risorgeremo per essere beati per sempre nella vita di Dio.” Dalle pietre nude di Efeso alla guglia più alta del Duomo. Sulla terra restano i segni indelebili di una cammino, di “un movimento a ritroso che va da Maria e Eva” (Adv. haer. III, 22,4) e conduce l’umanità in Paradiso. Nella melodia di un cantico. Il cantico della verità. 

Enza Ricciardi 

Fotografie: Nathalie Ritzmann