Captura de pantalla 2026-03-23 a las 14.51.33

Nos revues / Le nostre riviste

Captura de pantalla 2026-02-18 a las 9.17.27
Janvier 2026

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua.


Mark Teant

Read More
Captura de pantalla 2026-03-23 a las 12.16.36
Février 2026

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incidente ut labore et dolore magna aliqua.


Deanna Russell

Read More
presence-
NOVEMBRE 2026

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua.


Mark Teant

Read More
Nel corpo sinodale della Chiesa a Praga,

il cuore ferito della Turchia

 Camminare insieme. Anche tra le macerie. Per mantenere viva l’antica promessa: “Ricostruirai le fondamenta di epoche lontane. Sarai chiamato riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi”. La Turchia è il cuore in frantumi del sinodo di Praga. Ferite nuove, rovine recenti. Che si aggiungono a quelle di secoli e decenni. Ci fu un terremoto quando Cristo morì. La terrà tremò. Scossa dall’intollerabile ingiustizia. Dal radicale stravolgimento dei cardini di armonia e ordine su cui era stata costituita. La terra non poteva sopportare una così grande iniquità. Ma l’iniquità non poteva sopportare un così grande amore. E il male stesso ne rimase irrimediabilmente ferito. Colpito a morte. Nell’oscura profondità dell’Inferno si aprì una frattura, una ruina – dice Dante – segno della sua eterna sconfitta. La valle infernale tremò così tanto – racconta Virgilio, illustre testimone del Limbo – ch’i pensai che l’universo/sentisse amor (Inf., 12). Se l’universo sente amore, l’inferno trema. Se il male fa tremare e vacillare il mondo, l’amore di Cristo fa tremare e vacillare il male. Forse non esiste altro criterio sinodale. Perché solo la Chiesa, corpo mistico di Cristo, ha il potere di amare fino alle estreme conseguenze, fino ad offrire se stessa. In unione con Lui.

Nel corpo sinodale della Chiesa, la Turchia è il cuore ferito di Gesù. Segno tangibile di quella profonda verità che, a poche ore dal tremendo disastro sismico, nella mattina del 6 febbraio, Mons. Tomáš Halík prova a delineare nell’Introduzione spirituale all’Assemblea del sinodo continentale europeo, riunita a Praga: “Il trionfalismo deve essere sostituito da un'umile ecclesiologia kenotica. La vita della Chiesa consiste nel partecipare al paradosso della Pasqua: il momento del dono di sé e dell'autotrascendenza, la trasformazione della morte in risurrezione e vita nuova. Con gli occhi della fede, possiamo vedere non solo il processo continuo della creazione (creatio continua). Nella storia – e soprattutto nella storia della Chiesa – possiamo anche vedere i processi continui di incarnazione (incarnatio continua), sofferenza (passio continua) e resurrezione (resurrectio continua)”. Li possiamo vedere. Dolorosamente vivi, tremendamente veri, mentre a Praga e in tutto il mondo si diffondono le immagini della cattedrale di Iskenderun ridotta in frantumi, sotto lo sguardo della Madre. La Madre della Chiesa, che ancora una volta in piedi, ritta, come sotto la croce, stabat. A garantire ai suoi figli la resurrezione. La perpetua, instancabile continuità di quel processo, che inizia nel suo grembo e tra le sue braccia si rifugia. Per ricevere ancora vita. Incarnazione. Passione. Resurrezione. Umile ecclesiologia kenotica. Unica risposta per “dire in modo chiaro e comprensibile ciò che il Cristianesimo europeo oggi vuole e può fare per rispondere alle gioie e alle speranze, alla tristezza e all'angoscia del nostro pianeta”. Questo lo scopo della settimana di incontri sinodali a Praga. Questo l’obiettivo che, nella sua Introduzione, il teologo ceco invita i 156 delegati dalle 39 Conferenze Episcopali d'Europa a perseguire. Questa la realtà che la Chiesa turca, piccola e ferita, incarna nella grande e ricca comunità ecclesiale del continente europeo. “La nostra Chiesa è piccola, ma prova ad essere missionaria”. Sono le parole con cui i rappresentanti della delegazione nazionale, Mons. Martin Kmetec e Akan Arıcıoğlu presentano la realtà ecclesiale della Turchia. “Le comunità cristiane in Turchia contano oggi, complessivamente, meno di 100.000 membri”, ma la Chiesa vive “nella consapevolezza del dono della redenzione donataci da Cristo sulla Croce. La redenzione del genere umano, che risiede nella sua morte e risurrezione. […] Abbiamo un debito verso tutti coloro che dai primi secoli fino ad oggi ci hanno lasciato il frutto del loro amore per Cristo: i Padri della chiesa e gli innumerevoli martiri che hanno dato la vita per Cristo. Dobbiamo rendere grazie a Dio per il dono della fede, per i primi Concili che si sono svolti in queste terre. […] La nostra Chiesa in Turchia esiste perché nei secoli ci è stata trasmessa una testimonianza di fede e di fedeltà a Cristo; la nostra Chiesa esiste perché ha il compito di continuare la testimonianza delle prime chiese fondate dagli apostoli”. Anche tra le lacrime. Anche quando il dolore non sembra lasciare spazio alla speranza. “Mi preoccupano i bambini, – risponde Mons. Kmetec alle domande sul terremoto dei giornalisti che lo raggiungono a Praga – mi preoccupano le donne, mi preoccupano le situazioni senza speranza concreta. Ci sono migliaia di persone che hanno perso tutto, la casa, il luogo dove hanno sempre vissuto. Avere una sicurezza per il futuro è importante, ma adesso queste persone non sanno cosa sarà di loro per i prossimi sei mesi o per tutta la vita”. Umile ecclesiologia kenotica. Forse la Chiesa turca a Praga è divenuta involontaria testimone di questa verità. La Chiesa che muore è la Chiesa che salva. La Chiesa che si abbassa è la Chiesa che vince. La Chiesa che si prende cura è la Chiesa che risorge. Gloriosa nelle sue ferite. È ancora il rappresentante della Conferenza Episcopale Turca a evidenziarlo nel suo intervento di commento alla prima proposta di documento finale, redatto come contributo dell’Assemblea continentale europea alla tappa universale di Roma. “A proposito della metodologia sinodale vorrei sottolineare che i criteri devono essere ricercati innanzitutto nella natura della Chiesa, nei criteri che l’ecclesiologia ci offre, non soltanto in una riflessione esteriore. Nella questione sulla tensione fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio battesimale dei laici, penso che sarebbe opportuno approfondire il significativo segno della lavanda dei piedi, che Giovanni racconta nel suo Vangelo. È questo il sacramento che si realizzerà sulla croce. La kenosi da cui è nata la Chiesa dovrebbe essere il criterio primo e ultimo della nostra testimonianza, della ricerca nelle nostre discussioni, dei nostri incontri, delle nostre condivisioni”. Il criterio unico per risanare fratture e divisioni in Colui che per mezzo della croce ha abbattuto il muro di separazione che era frammezzo. In mezzo ad ogni spaccatura. Fra est e ovest dell’Europa, tra nord e sud, tra cosiddetti conservatori e progressisti, tra promotori del sacerdozio delle donne e difensori del presbiterato ministeriale, tra i diversi modi di intendere il movimento di apertura verso le persone LGBT. In mezzo ad ogni spaccatura. Scegliere ciò che risana la Terra e fa tremare l’Inferno. L’amore di Cristo sulla croce. Perché non è una questione di opinioni, ricorda il rappresentante della Conferenza Episcopale Polacca, le scelte “o sono in accordo con il Vangelo o non lo sono”. Ed è in accordo con il Vangelo la solidarietà che dalla capitale ceca e da tutto il mondo si muove a fasciare le dolorose e recenti ferite dei Paesi colpiti dal sisma. Carità che ha il profumo del grembiule con cui Gesù si cinge i fianchi per abbassarsi fino ai piedi del mondo. “Da Praga – recita la Dichiarazione dell’Assemblea sinodale – le Chiese che sono in Europa esprimono la loro vicinanza alle popolazioni del sud della Turchia e del nord della Siria colpite duramente dal terremoto. L’enorme numero di morti la distruzione, la sofferenza di tante persone ci hanno profondamente colpiti e toccati nell’animo. È una ferita profonda […] Siamo vicini alla comunità del Vicariato di Iskenderun, che ha visto la sua cattedrale distrutta. Il nostro pensiero va al vicariato di Anatolia, che vive una difficile situazione di distruzione. Le nostre Caritas sono impegnate a fronteggiare l’emergenza […] Le Chiese locali stanno portando già ogni tipo di aiuto e accoglienza, e sono un esempio luminoso a cui guardiamo con ammirazione. Con commozione, le Chiese che sono in Europa si stringono alle popolazioni piagate dal terremoto, rinnovando le preghiere e annunciando fin da ora ogni possibile sostegno per far fronte all’emergenza”. Profumo della carità. Profumo della Chiesa. Che l’avvolge tutta e la rende una. Coraggiosa. Capace “di affrontare le tensioni in una prospettiva missionaria, senza rimanere paralizzata dalla paura”. Capace di tenere insieme “la disponibilità all’accoglienza come testimonianza dell’amore incondizionato del Padre per i suoi figli con il coraggio di annunciare la verità del Vangelo nella sua integralità: è Dio a promettere – ricorda l’Assemblea sinodale europea nelle raccomandazioni conclusive – ‘Amore e verità s’incontreranno’ (Sal 85,11)”. S’incontreranno. Per risanare la Terra. Per far tremare il male. 

Sr. Enza Ricciardi

Yanıt yok