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Mark Teant

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SINODO: ASSEMBLEA ORDINARIA DEI VESCOVI

Dopo aver partecipato ai lavori della XVI Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell'ottobre 2023, Mons. Massimiliano Palinuro ha risposto alle domande di Présence

Quale immagine di Chiesa le ha lasciato l’esperienza del sinodo?

Siamo stati riuniti in gruppi di 12 persone, in diversi tavoli, circa 40 tavoli di lavoro. Il sinodo si è svolto in una costante dimensione di ascolto reciproco, non in un clima di conferenza, quanto piuttosto di familiarità. Di conseguenza l’immagine di Chiesa che più mi ha colpito, l’immagine che è venuta fuori dal sinodo è quella di una famiglia che si riunisce attorno a un tavolo per discutere di cose importanti. 

La parola sinodo può nascondere un po’ l’idea di qualcosa di unicamente burocratico e rischia di venire fuori un’immagine burocratica della Chiesa, ma in realtà è stato messo in evidenza che la sinodalità altro non è che la natura stessa della Chiesa, che si sente famiglia e che vuole vivere come una famiglia che si riunisce e che condivide le difficoltà e prende le decisioni insieme, proprio come attorno ad un tavolo familiare.

Quale è stata la tematica affrontata che ha suscitato in lei maggior interesse? Quale che si è rivelata la più difficile da discutere?

La questione più interessante e anche più ricca di prospettive è quella riguardante l’importanza e il ruolo della donna nella vita della Chiesa. Le donne sono la parte più significativa, più attiva della Chiesa e tuttavia le loro energie e il loro carisma risultano ancora poco valorizzati. Pertanto il sinodo ha preso in seria considerazione questo problema, perché in molte parti del mondo una cultura patriarcale e maschilista rischia ancora di mettere da parte il ruolo da protagonista delle donne. Papa Francesco ha già iniziato un processo di conversione delle strutture della Chiesa, ponendo in posti chiave di responsabilità e di governo le donne. E il sinodo si è impegnato ad individuare, sia a livello parrocchiale sia a livello diocesano sia livello di Chiesa universale, le strategie migliori per mettere in circolo, per valorizzare il carisma delle donne nella vita della Chiesa. Questo aspetto ha trovato qualche resistenza, proprio perché ancora resistono delle culture che sono estranee al Cristianesimo, ma che purtroppo fanno parte della cultura umana, la Chiesa è influenzata dalla cultura dei luoghi in cui vive. 

Questo purtroppo non è un mistero, ma dobbiamo ritornare all’esempio di Gesù e al Vangelo, lì troviamo le fonti della vita della Chiesa. Gesù ha avuto come sue discepole le donne e ha scelto le donne per missioni straordinarie, valorizzandone il carisma. Non dimentichiamo che la più grande di tutte le creature è una donna: la Vergine Santissima, l’apostola degli apostoli è Maria di Magdala e le donne con il loro servizio materno e amorevole possono svolgere un ruolo straordinario nella vita della Chiesa. Si è discusso anche del ripristino del diaconato femminile, devo dire che sono stato tra i più agguerriti su questo tema, perché c’è ancora un po’ di resistenza in alcuni settori, ma dobbiamo riconoscere che il diaconato femminile è un’istituzione di origine apostolica, ben testimoniata nella tradizione della Chiesa almeno fino all’VIII-IX secolo. Dunque si tratta solo di un ripristino, il diaconato femminile non è nulla di nuovo nella vita della Chiesa. Naturalmente il diaconato deve ritornare ad essere non un servizio liturgico di tipo quasi sacerdotale, ma deve ritornare ad essere ciò che era fin dall’inizio e cioè il servizio dei poveri e l’annuncio del Vangelo, ecco questo è lo specifico del diaconato fin dalle sue origini e deve ritornare ad essere così, in modo che in questa forma, il diaconato possa essere vissuto in pienezza anche dalle donne, come un vero servizio materno. 

Le donne devono offrire alla Chiesa il loro specifico carisma di intelligenza, di tenacia, di spirito di sacrificio, che trova la sua concretizzazione nello spirito materno: c’è la maternità fisica che è vissuta dalle donne che sono chiamate ad essere madri e c’è la maternità spirituale, che si ispira alla Vergine Maria e incarna la maternità della Chiesa, ecco questo carisma materno deve essere mostrato e offerto in pienezza dalle donne.

Il tema più delicato è stato quello che ha riguardato la necessità di includere. Una Chiesa che sia inclusiva deve poter includere anche quelle persone ferite dalla fragilità affettiva e dalle tentazioni, quindi una Chiesa inclusiva, una Chiesa che accoglie e che include anche le persone più fragili, deve essere una Chiesa che non giudica e non condanna nessuno e dunque una Chiesa che incarni la misericordia che il Signore Gesù ci ha dato come regola di vita, senza escludere le persone che vivono situazioni anche di fragilità affettiva ripeto oppure di tentazione. Il tema è molto delicato, ma quando si parla di persone che vivono con un matrimonio infranto e quindi divorziati risposati o persone che hanno un orientamento sessuale diverso e quindi omosessuali, queste persone che vivono questa sessualità diversa, persone di diverso orientamento sessuale, queste persone devono essere considerate da tutti parte della Chiesa, nella Chiesa c’è posto per loro, la Chiesa non è una società di perfetti, la Chiesa è la famiglia dei figli di Dio, che include anche quelle persone ferite e bisognose di amore, questo è il nostro incarico, questo è il nostro impegno, l’impegno che Gesù ci ha affidato.

 La Chiesa è nata per essere una nave di salvezza per i naufraghi, la Chiesa è nata per essere un porto di rifugio anche per chi è nel peccato e dunque nessuno può farsi giudice e nessuno può condannare nessuno, ma tutti dobbiamo metterci nella condizione di accogliere e di accompagnare il cammino di fede anche delle persone che vivono in una situazione di peccato, perché il Signore Gesù non è venuto a salvare i giusti, ma i peccatori. Molti nella Chiesa rischiano di assomigliare ai farisei del tempo di Gesù, custodi gelosi della legge, che usano le regole contro la persona. Le regole sono necessarie, ma a servizio della persone, per aiutare le persone a realizzare la propria vocazione, non per giudicare, non per condannare. Ecco dobbiamo ritornare ancora una volta alle sorgenti del Vangelo, per evitare di cadere nel legalismo, nel fariseismo, ed in un fondamentalismo biblico che diventa e si traduce anche in fondamentalismo religioso.

Ogni Chiesa particolare ha contribuito in modo specifico al sinodo, quale è stato l’apporto della Chiesa turca?

Nelle testimonianze che ho cercato di portare all’attenzione del sinodo ho messo soprattutto in evidenza che la Chiesa in Turchia è una Chiesa che vive evidentemente una situazione di minoranza e tuttavia proprio per questa condizione di minoranza si vivono maggiormente delle relazioni familiari. La Chiesa in Turchia è una Chiesa famiglia, molto spesso qui viviamo anche le liturgie come delle liturgie che assomigliano a quelle di una chiesa domestica, di una domus ecclesiale e questo diventa una testimonianza utile per quelle chiese che erano chiese di massa, chiese di maggioranza e purtroppo per la secolarizzazione in atto stanno diventando chiese molto piccole, ridotte di numero. 

Ecco, in tutta questa situazione certamente difficile, le chiese che si avviano ad essere minoranza devono imparare ad essere chiese famiglia, in cui si vivono vere relazioni familiari. Nella liturgia noi usiamo spesso il vocabolario che viene dalla vita familiare, fratelli, sorelle, padre, madre, utilizziamo queste parole ma spesso diventano prive di senso, se non si traducono in relazioni fraterne autentiche. Ecco, la Chiesa di Turchia può offrire una testimonianza importante alla Chiesa tutta perché la sua condizione di minoranza, la sua condizione di fragilità ci deve spingere ad una maggiore coerenza con l’identità della Chiesa che è famiglia dei figli di Dio. Questo in concreto significa valorizzare momenti di condivisione, di incontro, sostenendosi l’un l’altro soprattutto nei momenti difficili. L’altra grande testimonianza che la Chiesa di Turchia ha offerto alla Chiesa universale è la testimonianza della Chiesa inclusiva ed accogliente, perché le nostre comunità sono comunità costituite da molte nazioni, nelle nostre assemblee ci sono persone provenienti da tutte le nazioni della terra e ciononostante, pur con mille difficoltà, nel nome del Signore Gesù ci si sente un solo popolo tratto da tutte le nazioni della Terra. Questo diventa una testimonianza preziosa di quella Chiesa inclusiva e accogliente che il sinodo vuole mostrare e vuole indicare come l’unico vero volto della Chiesa di Cristo.

Quale arricchimento può venire alle comunità ecclesiali della Turchia dalla celebrazione di questa sessione del sinodo?

Questa sessione del sinodo si è conclusa con un documento provvisorio, che mostra alcune prospettive di lavoro su cui dobbiamo impegnarci come Chiesa. Ci sono molti punti aperti e il documento che è stato tratto come conclusione del sinodo è un documento di compromesso, che mette insieme tutte le prospettive, anche tutte le sensibilità, a volte anche contrastanti, presenti all’interno dell’assemblea sinodale, però quel documento offre delle prospettive concrete su cui bisogna concretamente impegnarsi. Certamente la prossima tappa sarà la tappa decisiva, dalla quale dovranno uscire, dovranno scaturire delle concrete piste di lavoro. Dobbiamo prepararci a delle novità, la nostra Chiesa a volte fa un po’ fatica ad aprirsi alle novità, che poi non sono novità in senso assoluto (facevo l’esempio del diaconato femminile), non deve essere qualcosa di così sorprendente, perché le novità della Chiesa sono a volte semplicemente il ritorno alle origini del Vangelo e alle origini della Chiesa, quindi non dobbiamo pensare che ci sia una rivoluzione nella dottrina o nella prassi della Chiesa, ma certamente sarà necessaria una vera conversione della mentalità, un cambiamento di mentalità e un cambiamento nel nostro modo di concepire il nostro essere Chiesa, per aprirci alle novità che lo Spirito sta suscitando, perché appunto si rinnovino per questa nostra Chiesa di Turchia e per la Chiesa universale i prodigi della Pentecoste. Certamente non possiamo pensare di continuare a gestire l’esistente prescindendo dai grandi cambiamenti epocali che si stanno verificando nel nostro tempo. Dobbiamo aprirci alle novità dello Spirito. Questo è stato l’impegno concreto che ci siamo assunti uscendo dal sinodo.

L’altra prospettiva interessante che deve diventare prassi nella vita quotidiana della Chiesa a tutti i livelli, sia a livello personale, sia dei gruppi, sia delle parrocchie sia delle diocesi come della Chiesa universale, è il metodo della sinodalità anche nei processi decisionali, non è più possibile che uno decida per tutti, ma è necessario che tutti abbiano il diritto e il dovere di esprimere le loro idee e di sentirsi coinvolti nei processi decisionali della vita della Chiesa. In particolare il sinodo ha proposto come metodo di lavoro la conversazione nello Spirito. Che cos’è questa tecnica di dialogo nello Spirito? È un dialogo nello Spirito: in un clima di preghiera, di reciproco ascolto, invocando lo Spirito Santo ci si interroga su uno o più temi partendo innanzitutto dall’ascolto di ciascuno, perché ognuno possa dire qualcosa di ben ponderato, di meditato e condividerlo in un’assemblea, che sia un consiglio pastorale, che sia un consiglio presbiterale che sia un gruppo o un movimento che deve prendere decisioni. Questo ascolto deve portare ad un arricchimento reciproco e quindi, nello Spirito, bisogna riconoscere la sua voce in una seconda parte dell’assemblea che utilizza questo metodo: il secondo momento è costituito dalla condivisione non più di quello che la persona pensa, ma di ciò che ha ricevuto dagli altri per mettere in circolo i doni, per mostrare che la conversazione ha portato anche ad una conversione del proprio punto di vista. 

Ecco, la conversazione nello Spirito è una tecnica che bisogna imparare ad utilizzare nei nostri ambienti ecclesiali, perché utilizzandola si converge. Questo è il motivo per cui si parla conversazione, perché si converge cioè ci si converte insieme verso un programma, verso una decisione che sia veramente condivisa e non frutto dell’autorità di uno, ma frutto della condivisione, del dialogo. Ecco dunque l’altro grande aiuto che viene dal sinodo e l’altra grande pista che dobbiamo perseguire, il dialogo a tutti i livelli della vita ecclesiale, il dialogo e quindi la disponibilità all’ascolto, in un clima di condivisione. Troppe volte nella Chiesa non ci si parla perché non ci si sa ascoltare, non si sa dialogare. Dicevamo che il volto della Chiesa è quello di una famiglia, la famiglia dei figli di Dio e come in ogni famiglia se c’è il dialogo la famiglia è forte e va avanti, ma una famiglia in cui non c’è dialogo è una famiglia che va in crisi e la convivenza diventa una tortura reciproca dei membri. Il dialogo, nella vita della Chiesa come nella vita della famiglia, è la strada privilegiata per risanare tante relazioni infrante e per giungere ad una Chiesa che cammini insieme e che dunque sia veramente sinodale.