La gloria di colui che tutto move/nell’universo penetra, e risplende (Paradiso, I). Nella realtà c’è uno squarcio. Una forza misteriosa e penetrante che la attraversa, la invade e la ferisce. La lacera con il suo traboccante glorioso splendore e apre in lei una via. La via della bellezza. Via pulchritudinis, intessuta nella vita come il filo più prezioso. Indissolubilmente legato alla sinfonica perfezione del suo Creatore. Via che percorre i secoli e la storia, gli abissi, le vette e ogni universo esistenziale. La vita di ogni uomo. E lo mette in cammino. Fino a Dio. Via che – a chi ascolta il suo respiro – ripete: la verità del reale è la bellezza. Perché la realtà è attraversata dalla gloria di Dio. E di essa risplende.

Non è una via per artisti svagati e cuori romantici. Non è la via per chi, incespicando sulla via veritatis, ripiega sulla più confortevole strada del gusto estetico, priva degli ostacoli della speculazione filosofica. È la via per chi non si nasconde, ma si lascia colpire “dal dardo della bellezza che ferisce l’uomo”, si lascia toccare “dalla realtà, dalla personale Presenza di Cristo stesso” e scopre che “l’essere colpiti e conquistati attraverso la bellezza di Cristo è conoscenza più reale e più profonda della mera deduzione razionale”. Non sono le parole di un poeta, ma le rigorose conclusioni di un teologo. Sono le riflessioni che il cardinale Ratzinger offrì ai partecipanti al Meeting di Rimini del 2002. Pensieri luminosi che a poco più di un mese dalla sua morte risuonano con l’effetto di quel dardo lacerante che trafigge il cuore. Perché la loro bellezza urta, si infrange contro la realtà. E la ferisce. Illuminando di significato le riflessioni che di quel discorso costituiscono l’incipit: “Ogni anno, nella liturgia delle Ore del tempo di Quaresima, torna a colpirmi un paradosso che si trova nei Vespri del lunedì della seconda settimana del Salterio. Qui, l’una accanto all’altra, ci sono due antifone, una per il tempo di Quaresima, l’altra per la Settimana Santa. Entrambe introducono il Salmo 44, ma ne anticipano una chiave interpretativa del tutto contrapposta. È il Salmo che descrive le nozze del Re, la sua bellezza, le sue virtù, la sua missione. Nel tempo di Quaresima il Salmo ha per cornice la stessa antifona che viene utilizzata per tutto il restante periodo dell’anno. È il terzo verso del Salmo che recita: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia». È chiaro che la Chiesa legge questo Salmo come rappresentazione poetico-profetica del rapporto sponsale di Cristo con la Chiesa. […] Ma il lunedì della Settimana Santa la Chiesa cambia l’antifona e ci invita a leggere il Salmo alla luce di Is 53,2: «Non ha bellezza né apparenza; l’abbiamo veduto: un volto sfigurato dal dolore». Come si concilia ciò?”. Per anni Benedetto XVI è stato icona vivente di questo paradosso. Che se riguarda Cristo non può che riguardare il suo Corpo mistico che è la Chiesa. Per anni il Papa emerito è stato immagine eloquente di una Chiesa ferita, nascosta e messa a tacere, ma fedele ai suoi connaturati tratti di gentilezza, eleganza, saggezza e infinita prudenza. Qual è il vero volto del Cristo. Quello glorioso del Re o quello sfigurato del Crocifisso? Qual è l’immagine reale della Chiesa. Quella del candido colonnato del Bernini che si staglia nell’azzurro e abbraccia cielo e terra o quella della basilica di San Pietro con la cupola inghiottita dalla nebbia nel gelido mattino romano dei funerali di Papa Benedetto? La gloria di colui che tutto move/nell’universo penetra, ma prima di risplendere ne squarcia i limiti, ne dilania le menzogne, ne lacera le distorsioni, ne scardina gli ingranaggi. In un processo continuo di morte e resurrezione. Che ferisce la realtà ma fa esplodere la bellezza. Nella pienezza della sua totalità. Ma facciamo risuonare ancora un poco la voce del Cardinale Ratzinger al Meeting di Rimini: “Qui si cela la questione più radicale: se la bellezza sia vera, oppure se non sia piuttosto la bruttezza a condurci alla profonda verità del reale. Chi crede in Dio, nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore «sino alla fine» (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza, ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende offesa, dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo”. È il più oscuro e crudele inganno della menzogna presentarsi come il vero volto della realtà, come se la malvagità, le insidie, le trappole e tutte le orribili e deformi manifestazioni del male fossero la vera natura dell’essere. Ma l’esistenza è bellezza, perché scaturisce dalla luminosa e potente gloria di Colui che tutto move. E “qui si cela questione più radicale”. La realtà è bellezza, perché l’esistenza è dono dell’amore che si offre. E redime. Liberando il dolore dai tratti sfigurati e deformi della morte per restituirgli quelli armonici e sereni – belli – della vita.

“Nella passione di Cristo – continua Ratzinger – […] l’esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire in volto, sputare addosso, incoronare di spine. Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l’autentica, estrema bellezza: la bellezza dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza”. Ecco perché la bellezza ferisce. Ecco perché l’incontro con la bellezza genera quell’urto del cuore che mette in cammino. Perché la bellezza non ha mezze misure. Chi la incontra o apre gli occhi per dire la verità tutta intera o li chiude per condannarsi a vedere solo la menzogna. È questo il motivo per cui papa Francesco nella Evangelii Gaudium (167) consiglia: “È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla ‘via della bellezza’, via pulchritudinis”. Che non vuol dire semplicemente servirsi dell’arte nelle sue varie espressioni per veicolare i contenuti del Vangelo. Modalità sempre feconda e affascinante, ma non scevra dal rischio della banalità o del vuoto estetismo, se non fondata su una valida estetica teologica. Camminare sulla via pulchritudinis significa formare occhi che credono alla bellezza, menti che conoscono attraverso la bellezza, cuori che creano la bellezza. Perché sanno vivere l’amore che arriva “sino alla fine”. L’amore che passa attraverso la realtà e rende bello anche il volto sfigurato del dolore.
Quella nebbiosa mattina del 5 gennaio a piazza S. Pietro a poco a poco un tiepido sole ha ridisegnato la cupola di Michelangelo nella sua maestosa bellezza. È stata lei ad inghiottire la nebbia. Nessuno aveva mai dubitato che fosse sempre stata al suo posto, ma che miracolo vederla comparire. Che respiro di sollievo. La bellezza è così. Salda e imponente come la cupola. Nessuna atrocità la può sradicare dalla realtà. Perché nella realtà arde il cuore di Cristo e la bellezza del suo amore che redime. La bellezza che salverà il mondo. E risanerà la Chiesa. Nel palpito del cuore dei Santi. Che anche quando smette di battere sulla terra continua ad annunciare: “L’icona di Cristo crocifisso ci libera da ogni inganno della menzogna. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme a lui e crediamo all’Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della Bellezza”. Eredità di un Papa. Luminosa verità che dissolve ogni nebbia.